[
Ah, i bei post da oltre 10.000 battute di una volta! Si parla di un concerto, di un gruppo e di altarini vari. Fate finta che ci sia il "continua a leggere".
Chi ha fretta lo ignori, o ripassi quando avrà tempo]


Negli ultimi anni mi sono preso le mie soddisfazioni concertistiche, riuscendo a colmare diverse lacune e sentire dal vivo per la prima volta alcuni gruppi e artisti che per me hanno significato molto. Dovessi oggi stilare la classifica delle band ancora in attività mai viste e che terrei molto a vedere, farei fatica a riempire 10 posizioni (anche se la lista potrebbe sempre esser rimpolpata in futuro da qualche più o meno felice reunion). A occhio e croce ci starebbero sicuramente i Manic Street Preachers (pressoché impossibile vederli in Italia in un concerto loro, troppa sproporzione tra il cachet del gruppo e lo scarso pubblico italiano) e Maxïmo Park (per cui si attende speranzosi una discesa nello stivale dopo l'uscita del nuovo album). Qualcun'altra me ne verrebbe in mente di sicuro, se ci pensassi ancora. Volendo ci possiamo mettere pure gli U2, anche se vederli oggi avrebbe poco senso.
Fino a martedì scorso, in questa lista ristretta c'erano anche gli
Oasis.

Che da queste parti si adorino i primi due album della band dei fratelli Gallagher (ma perché, c'è qualcuno a cui quei due album non piacciono?) è risaputo. L'effetto nostalgia che provo ad ascoltarli è amplificato dal fatto che negli ultimi anni (pur continuando a procurarmi e/o a dare un ascolto ai dischi successivi per completismo e curiosità) ho "abbandonato" gli Oasis più di altri gruppi che ho molto amato nell'adolescenza. Sono arrivati il grunge, il post-punk, gli Smiths, la scoperta e l'approfondimento su tanti nomi storici del rock. E mentre i miei gusti si facevano più vari e sofisticati (mica troppo eh), il gruppo di Manchester perdeva - insieme a pezzi della formazione originaria - quel tocco magico che non gli faceva sbagliare un pezzo. E se nell'immediato l'opera terza
Be Here Now riuscì comunque ad entusiasmare il fan che era in me, l'affetto poi
non è più bastato.
Ma quando mi ricapita di ascoltare certi riff, quegli anni tornano subito.
Nel 2009 sono trascorsi 15 anni dall'uscita del debutto
Definitely Maybe, e poco meno da quando per la prima volta ascoltai gli
Oasis e in breve me ne innamorai, dopo essermeli fatti copiare in cassetta. Altro che scaricare: non avevo ancora lo stereo con i cd! (c'è un motivo per cui sono affezionato al formato cd, e guardo con antipatia sia alla musica solo digitale che al feticismo retro per cassette e vinili: il fatto che al compact disc io ci sono arrivato tra gli ultimi)

Insomma, in autunno arriva la notizia del nuovo tour degli Oasis con
una data a Firenze. Non so neanche se é la prima volta che passano di qui: all'epoca dei primi dischi sono quasi certo di no, e comunque me li sarei persi senz'altro, visto che allora non andavo praticamente mai a vedere concerti (sì, ho iniziato a farlo ben dopo l'età alla quale oggigiorno teen e pre-teen affollano i palazzetti per Finley e Tokio Hotel).
Una cosa che invece so è che
stavolta ci voglio andare. Per tre motivi. Il primo: perché se non li vedo ora che passano da Firenze forse non li vedrò mai più. Il secondo: perché in un periodo di passaggi importanti come questo è arrivato il momento di chiudere un cerchio, ricordare e in qualche modo salutare il ragazzino sfigato che nell'afosa estate del 1995, nella solitudine della sua camera,
scopriva il rock.
Perché c'è da aprire un'altra parentesi: prima degli Oasis il mio bagaglio musicale comprendeva più o meno le cassettine della
Deejay Parade, i plasticosi inni generazionali degli
883, qualcosa dei
Litfiba tamarri post-Maroccolo assorbito dagli amici musicalmente più fighi (!), e infine qualche raccolta dei
Beatles e il
GH 2 dei Queen. Semi-analfabetismo musicale in pratica. E non intendo sputare su quelle canzoni di Beatles e Queen, per carità: ma quelli
non erano "album rock". Non carburavano a partire da una dichiarazione d'intenti come
Rock'n'Roll Star, per declinare uno stile chitarristico e un'immaginario in 11 pezzi intrisi di melodia, nostalgia e sudore.

E quindi eccomi qui: in un posto capiente come il Mandela Forum non è stato un problema trovare un biglietto pochi giorni prima (mi ero rifiutato di comprarlo con largo anticipo, come a dire: sarà il destino che deciderà se questo appuntamento con il passato deve esserci). Il palazzetto è comunque bello pieno, in alcuni settori probabilmente il sold out c'è.
Fuori è pieno di bagarini. Non so come si possa spendere una cifra superiore al salatissimo prezzo del biglietto che già mi sono vergognato di sborsare io. Odio i bagarini, stasera spero che più di uno vada in rimessa.
A dire il vero non capisco neanche come si possa vedere un concerto degli Oasis costretti sulle gradinate (dove addirittura il biglietto costa ancora di più che sotto il palco!). Eppure sono stracolme, e non tutti sono lì per poter esporre, come fanno alcune ragazze ben vestite, i loro ridicoli cartelli "ciao Liam", "ciao Noel" (o qualcosa del genere). Mah.
Mi sono perso i supporter
Free Peace (che a dispetto del nome scelto e della band per cui aprono non c'entrano niente con i brit-poppers
Dodgy). Poco male: dopo aver aperto il loro myspace ed essermi accorto che dei loro imperdibili primi brani LIEVEMENTE ispirati ai Led Zeppelin hanno
messo in ascolto soltanto delle preview di un minuto, mi hanno fatto molta tristezza e ho deciso di fregarmene della loro presenza. Cioè, avete pubblicato appena un EP, non vi caga ancora nessuno e già ve la tirate? Certa gente proprio non capisce che siamo nel 2009, con gli album interi di chiunque a disposizione di chiunque in rete, e che se vuoi farti conoscere e spiccare sugli altri tentare di nascondere in questo modo la tua musica (sottraendola anche allo streaming!) non è esattamente la strada più intelligente.

Quando il concerto inizia (puntualissimo come annunciato), con la consueta intro gallagheriana
Fuckin' In The Bushes, sto ancora cercando - invano - un guardaroba.
Qualche anno fa, nonostante la pioggia e il freddo all'esterno, sarei arrivato senza cappotto al seguito:
sono invecchiato.
Qualche anno fa però non sarei neanche andato a un concerto rock da solo (perché sono da solo: tra i miei conoscenti c'è chi era impegnato, chi li snobba da sempre, chi li aveva già visti e chi "costa troppo"). E' una timidezza che per mia fortuna ho perso da tempo, insieme a tante altre:
sono cresciuto.
Ok, le parentesi hanno stufato anche me. Dicevamo, appunto:
Rock'n'Roll Star. E' così che si inizia davvero. E io, rassegnato a infilarmi nella bolgia con il giubbotto, mi avvicino. Non sarà un problema guadagnare una buona posizione centrale, è sufficiente piazzarsi lateralmente e attendere il treno di un gruppo di ragazzi intraprendenti a cui accodarsi, per usarli come "frangiflutti". Mi viene da ridere pensando ai diciottenni che per stare poche file più avanti sono lì dalle 14, mentre io sono arrivato all'ultimo momento. Ma è giusto che vada così, per me e per loro.
Lyla (singolo ma anche uno tra i pezzi più brutti del penultimo album
Don't Believe The Truth) è per me solo un riempiscaletta. Con
The Shock Of The Lightning va molto meglio, e ci si inizia a scaldare. Il pogo selvaggio tuttavia non ci sarà mai.
Mi trovo a mio agio in questo pubblico, trasversale per età e per look. Molti giovanissimi, che forse hanno scoperto gli Oasis su Mtv proprio con Lyla (quasi li invidio: tutto ciò che degli Oasis hanno ascoltato dopo è migliore). Soprattutto, pochi posers, pochi fattoni attaccabrighe e poche ragazzine in subbuglio ormonale (categorie di cui si può fare a meno senza rimpianti): ci sono invece un po' di coppie, gruppi di amici, molta
gente-normale-come-te, per dirla con
Jarvis Cocker. Sicuramente, come per tutti i concerti di gruppi così popolari, ci saranno fedelissimi della prima ora che hanno collezionato tutti i bootleg e le b-sides, come anche spettatori meno musicalmente curiosi che conoscono solo le hit.
In ogni caso sono sicuro che sono in tanti a tremare, come me, appena riconoscono le prime inconfondibili note di
Cigarettes & Alcohol.
Mad fer it.
Il suono prodotto dai 6 musicisti (alla batteria c'è la new entry Chris Sharrock, già a lungo nella band di Robbie Williams! e al quintetto base va aggiunto un tastierista sosia di Gandalf, semi-nascosto nelle retrovie) è compatto e maestoso. Gem Archer e Andy Bell sulla parte sinistra del palco sono delle sicurezze, mentre la parte destra è tutta per Noel Gallagher. Liam, al centro, ha l'aria antipatica che ti aspetti. La sua voce non è sempre eccellente, ma regge meglio del previsto. Del resto la scaletta gli permette alcune pause-ristoro (in cui poter
tirare su un sacco di Vicks Vaporub e sistemarsela), durante i brani in cui canta Noel (e in cui lui semplicemente
non serve a nulla sul palco, non essendo mai andato musicalmente oltre il tamburello: ma va bene così). Invece la faccia di Noel quando è lui a cantare, ingigantita dai maxischermi, fa quasi tenerezza.
Dopo la gradita scheggia r'n'r di
The Meaning Of Soul, il momento forse più debole della scaletta, con altri due estratti dall'ultimo album:
To Be Where There's Life (il pezzo alla
Within You Without You di turno, composizione di Gem Archer) e
Waiting For The Rapture. In ogni caso i brani da
Dig Out Your Soul hanno una buona resa dal vivo. E qui recupero il terzo motivo (ve ne ricordavate?) per cui sono venuto: negli ultimi mesi ho maturato la convinzione che dopo 3 album di passaggio (
Be Here Now,
Stanging On The Shoulder Of Giants e
Heathen Chemistry), in cui si alternavano fotocopie dei singoli del passato e tentativi non sempre fortunati di evoluzione sonora, con gli ultimi due
Don't Believe The Truth e
Dig Out Your Soul gli Oasis hanno consolidato la nuova formazione (il chitarrista Gem Archer e il bassista Andy Bell sono ormai ben integrati e coinvolti anche nella scrittura) e ritrovato una loro identità come band (non più Noel-centrica, e meglio così se Noel non è più in grado di scrivere album interi belli). Una band dal suono molto diverso da quello che li portò al successo, più adulto, con pezzi non sempre riusciti e che spesso ricorrono alle citazioni di classici del rock e al mestiere. Ma d'altra parte il mestiere c'è, e l'affiatamento pure. E quando per le esibizioni dal vivo si può contare su questo e su una serie di classici da paura, non c'è da preoccuparsi. Potrebbero andare avanti per anni regalando sempre spettacoli all'altezza, come dei nuovi Stones. Più che un rappresentante di un'epoca o di uno stile, un gruppo che fa storia a sé.

A proposito di classici, è il momento per la ribalta di Noel Gallagher, con
The Masterplan. E di seguito il ritorno di Liam con la sua
Songbird, dal vivo molto più vivace. Certo, la distanza tra le due penne non è esattamente come quella che corre tra Lennon e McCartney.
Da qui in avanti è un susseguirsi di emozioni: per
Slide Away le lacrime sono di malinconia e di struggimento, per il riff in stile-sirena di
Morning Glory (
PA-PA-PA-PAAAAAA) di rabbia e di felicità isterica. Un po' di decompressione con le godibili
Ain't Got Nothin',
The Importance Of Being Idle (gran pezzo pop) e
I'm Outta Time, e poi il terzetto che ti stende.
Su
Wonderwall e
Don't Look Back In Anger (entrambe in versione acustica, la seconda cantata da Noel) non c'è molto da dire: cori e partecipazione collettiva abbondanti (sul ritornello di
Don't Look Back In Anger sul megaschermo scorrono infatti le immagini del pubblico delle prime file in estasi). Sembra quasi irreale sentire dal vivo e dagli esecutori originali dei brani con cui sono cresciuto (e che quindi per me sono classici come quelli di Battisti o dei Beatles...con la differenza che mi ricordo quando sono usciti). E in mezzo quello che forse è il "mio" inno da
Definitely Maybe, più di quella
Live Forever unica grossa mancanza della scaletta (che è nota e ahimé immutabile). Sto parlando ovviamente di
Supersonic: quel ritmo che già ti fa struggere dopo pochi secondi, quella chitarra, quel cantato che decolla piano piano. L'atmosfera dei primi Oasis è tutta qui: un po' di suono Creation, melodie e giri di chitarra che vanno ben oltre l'imitazione beatlesiana che gli rimproverano i detrattori, la dolcezza nascosta dietro la strafottenza da working class al pub (give me gin & tonic).
L'ultimo pezzo nuovo è
Falling Down, terzo e recente singolo estratto da
Dig Out Your Soul. Inizialmente non mi ero reso sconto di come fosse bella e raffinata questa canzone (lo stile è quello dei The Good The Bad & The Queen del "rivale" Damon Albarn, ma il pezzo supera quasi tutti quelli di quel progetto). La versione dal vivo, sia strumentalmente che nella prova vocale di Noel, gli rende senz'altro giustizia.
Poi c'è Champagne Supernova. Interminabile ed epica come la volevo, la Hey Jude degli anni 90. E si resta sui Fab 4 con la chiusura affidata alla cover di I Am The Walrus, che suona uguale alla versione (registrata dal vivo) finita a suo tempo sulla raccolta di b-sides The Masterplan: ovvero abbastanza misurata (specie se confrontata con l'altra versione famosa, quella molto più rabbiosa degli U2 di Rattle And Hum).
Finito: un'ora e quaranta di goduria. Nella stessa sera in cui a Milano il Manchester United ha preso a pallate l'Inter senza riuscire a schiodarsi dal pareggio, a Firenze altri mancuniani (ma tifosi dello sfigato ed
ex-povero City) portano via la posta intera. Non mi sembra il caso di tormentare chi è arrivato fin qui con ulteriori commenti (credo abbia già immaginato quel che ha significato questo concerto per me e come l'ho vissuto). Gli Oasis, se piacciono almeno un po', nella vita vanno visti almeno una volta, punto.

Tutte le (troppe) foto che ho scattato sono
qui.
I video del concerto
cercateli a piacere vostro su Youtube.
Scaletta (identica al resto del tour):
Fuckin' In The Bushes
Rock'n'Roll Star
Lyla
The Shock Of The Lightning
Cigarettes & Alcohol
The Meaning Of Soul
To Be Where There's Life
Waiting For The Rapture
The Masterplan
Songbird
Slide Away
Morning Glory
Ain't Got Nothin'
The Importance Of Being Idle
I'm Outta Time
Wonderwall
Supersonic
Don't Look Back In Anger
Falling Down
Champagne Supernova
I Am The Walrus